Grazie don Enrico

Nell'edizione del Dialogo del 15 marzo 2026 don Francesco ricorda così don Enrico:

Siamo rimasti tutti molto scossi per la morte improvvisa di don Enrico Triminì. Come comunità, di Saluggia e Sant’Antonino, lo abbiamo ricordato mercoledì sera, 11 marzo, con la preghiera del rosario e poi con la partecipazione alla messa di esequie, venerdì a Bianzè.

Don Enrico era nato in provincia di Catanzaro, a Francavilla Agitola il 21 gennaio 1958. Si tresferì in Piemonte, a Borgosesia nel 1961 con la famiglia e nel 1972 entrò in seminario a Vercelli. Il 27 giugno 1982 venne ordinato sacerdote nella chiesa parrocchiale di Serravalle Sesia. Il suo primo incarico è stato di viceparroco a Livorno Ferraris; poi parroco a Castelletto Cervo, a Landiona e a Bianzè.

Nel 2002 ricevette il titolo onorifico di canonico della Collegiata di Sant'Agata in Santhià, nel 2007 divenne parroco di Saluggia e Sant’Antonino. Guiderà queste comunità fino al 2023 quando sarà nominato parroco di Tronzano Vercellese, Bianzè, Crova e Salomino.

Durante gli anni del suo ministero sacerdotale ha assunto vari incarichi: Direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano, revisore dei conti dell'Istituto Diocesano Sostentamento del Clero, delegato curiale per il coordinamento e la gestione amministrativa, fiscale e finanziaria delle comunità pastorali.

Infine nel 2025 divenne anche amministratore parrocchiale delle comunità di Saluggia e sant’Antonino.

Ti chiediamo, don Enrico, di intercedere per tutta la Chiesa di Vercelli e in particolare per le nostre comunità perché si rafforzi sempre più il cammino di comunione e di collaborazione.

Don Francesco



Il ricordo del gruppo animatori

Durante il rosario in suffragio di don Enrico, il gruppo animatori lo ricorda cosi:

Caro Don Enrico,

Negli anni in cui è stato nostro parroco abbiamo imparato a conoscere il suo carattere: a volte duro, ma capace di farsi trovare accanto a noi nel momento del bisogno. Era una presenza costante, con l’attenzione di chi voleva che ogni cosa fosse fatta bene, con ordine e cura. Il suo modo di fare era netto, preciso, a volte spigoloso, ma sempre autentico.

Come animatori la ricorderemo così: una guida esigente, capace di chiederci tanto perché credeva davvero in ciò che facevamo. Sotto quella scorza coriacea abbiamo imparato a riconoscere una presenza discreta ma reale, che ci ha accompagnati e ci ha fatti crescere.

Ricorderemo la sua dedizione, silenziosa ma concreta. Se dovessimo pensare a un’immagine, forse ci verrebbe in mente il sale. Il sale si scioglie tra gli altri ingredienti. Noi, gli ingredienti, possiamo esprimere il nostro sapore. Ma è quando il sale manca che ce ne accorgiamo davvero. È lì che il piatto prende un gusto tutto diverso.

Questo sale in fondo ci mancherà, ma possiamo dirle che ci impegneremo a portare avanti questa ricetta.

Per tutto questo le diciamo grazie.
Per la fermezza, per la fiducia, per il tempo donato.

Il gruppo animatori



Il ricordo del Coro giovani don Aldo e della Corale san Grato

Non era tipo da sviolinate, Don Enrico. Chi lo conosceva bene sapeva che, dietro quelle sopracciglia spesso aggrottate e quel modo di fare un po’ burbero, si nascondeva un cuore che faticava a mostrare, ma che batteva forte per la sua comunità.

La notizia della sua scomparsa ha lasciato un silenzio assordante nella nostra parrocchia e in tutta la Diocesi di Vercelli.

Don Enrico è arrivato tra noi con la sua aria severa, eppure ha trovato in questa comunità una famiglia che lo ha accolto e che lui stesso, col tempo, ha imparato a curare, pur rimanendo fedele al suo stile diretto e senza fronzoli. Ha insegnato che la fede non è sempre una melodia dolce, ma a volte è una nota stonata che va corretta, una sgridata paterna che ti aiuta a crescere.

La sua accoglienza è stata discreta, fatta di gesti concreti piuttosto che di parole dolci. Ci mancherà la sua presenza in prima fila, il suo modo di celebrare schietto, la sua capacità di guardarti dentro senza bisogno di parlare.

Caro Don Enrico, ora che sei arrivato lassù, siamo certi che non accetterai cori stonati nemmeno tra gli angeli. Continua a vegliare su di noi, con il tuo modo ruvido, che qui in terra abbiamo imparato ad amare.

Ciao Don

Coro giovani don Aldo e Corale san Grato



Il ricordo di Mons. Stefano Bedello

Vicario Generale della Diocesi di Vercelli

Il Sindaco di Bianzè ha portato il saluto per tutti i sindaci, per evitare di moltiplicare gli interventi. I sentimenti sono quelli. Io vorrei dire: don Enrico era la simpatia incarnata. Anche noi confratelli lo ritenevamo un uomo capace di aggregare, di aggregarci. Se l'Arcivescovo chiedeva ai sacerdoti una piccola cosa, quella di trovarci a pranzo ogni tanto per stare insieme, per condividere la fraternità, lui era capace di farlo, almeno due volte l'anno, a gennaio e a giugno, quando raggruppavamo i compleanni, e ci trovavamo.

Per questo, così simpaticamente, noi lo definivamo il 'canonico cambusiere' della collegiata. O anche, mi permetto così perché lui ne avrebbe condiviso il sorriso, lo chiamavamo il 'delegato arcivescovile per la pastorale enogastronomica'.

Don Enrico poi era quello che era... tanto altro. Il suo vuoto è grande. Voglio dire a nome di Monsignor Arcivescovo che entro lunedì si definirà la figura di un amministratore parrocchiale per questa comunità di Tronzano, Bianzè, per quella di Saluggia e Sant'Antonino. Certi che rimpiazzare la figura di don Enrico per le sue capacità amministrative non sarà facile, ma è promessa dell'Arcivescovo e di noi collaboratori di provvedere a queste parrocchie, come peraltro tutti i sindaci hanno domandato proprio prima di questa celebrazione.

Affidiamo per il momento a don Elio e a don Francesco la cura liturgica di queste parrocchie, sapendo che potranno collaborare e avere il supporto di sacerdoti diocesani che hanno già dato la loro disponibilità.

Grazie.

Mons. Stefano Bedello



Il ricordo dei sindaci

Caro don Enrico,

è gioia e dono e grazia averti conosciuto. E voglio usare questo dono, questa gioia per ricordarti con il cuore.

Eri un grande uomo, soprattutto nell'animo. Avevi un'anima davvero unica nel suo genere, sempre cordiale, disponibile, severo certamente, ma nella tua severità c'era sempre una occasione di riflessione. Sapevi far ragionare chiunque. Dai piccoli Grest, centro estivo, attività che amavi molto e che hai sempre spronato a tutti noi parrocchiani, che alla domenica ascoltavamo le tue parole.

Don Enrico, sapevi dire moltissimo, anche e malgrado il silenzio. Quando col tuo sguardo, le tue mani giunte e l'annuire della testa, ti chiedevamo confronto... conforto in una preghiera o in aiuto per la comunità. Aiuto che non venivi mai meno di dare.

In questi anni, come negli altri che ormai sembrano lontanissimi, di missione pastorale tra i bianzinesi hai sicuramente lasciato il segno col tuo spirito, le tue iniziative, le tue azioni. Hai dedicato te stesso per Dio e per le comunità in cui portavi la sua parola. I tuoi sforzi verso il nostro oratorio ne sono un esempio lampante. Il tuo arrivo ha dato nuova linfa, ridando luce e lustro ad un luogo di aggregazione, di convivialità e divertimento per grandi e piccini.

Il vuoto che oggi lasci è rappresentato dal silenzio che si può udire tra le stanze degli oratori e tra le navate delle chiese che tu gestivi. Ma è un silenzio di preghiera, di riflessione, di accompagnamento verso la visione ultima ed eterna del Padre. Nonché di raccoglimento delle memorie e dei ricordi che tutti noi abbiamo nei tuoi confronti.

La tua voce potente riecheggia ancora, soprattutto nei nostri cuori, perché hai saputo trasmettere il messaggio di Dio a molti. A noi bianzinesi e ai cittadini delle altre parrocchie da te gestite e amministrate. Molti di noi hanno partecipato alle uscite da te organizzate negli anni, ai pranzi, alle feste, in particolare quelle dell'oratorio, amatissime e partecipatissime. Alle conferenze, al catechismo. E in tutte queste iniziative o attività tu sapevi veramente fare comunione, guidarci come un buon pastore.

E i nostri paesi perdono, ancora una volta, un pezzo della loro storia religiosa, lasciando un vuoto tra le persone da te guidate. È con profonda commozione, che a nome di tutte le comunità mi accingo a dare l'estremo saluto a un grande uomo, a un vero ministro della Divina Grazia.

A tutti i famigliari, le mie più sentite condoglianze. Con profonda stima, infinita riconoscenza e sincero affetto, ti porgo il mio, il nostro saluto.

Ciao don Enrico, e buon viaggio.

Claudio Bobba, sindaco di Bianzè, e i sindaci delle tue comunità





Le esequie di don Enrico Triminì





L'omelia del Mons. Arcivescovo Marco Arnolfo

Care sorelle, cari fratelli, cari ragazzi, nella pagina di Vangelo che abbiamo appena ascoltato c'è Gesù che fa come un riassunto, sintetizza tutti i comandamenti. Vorrei dire non solo i comandamenti, ma la nostra vita cristiana. Riassume qual è il compito di un sacerdote, del suo ministero, per la chiesa. Qual è questo compito importante che Gesù lascia? Perché era stato sollecitato da uno scriba, un dottore della legge, che conosceva tutto, ma faceva fatica a capire: «Ma nella vita qual è la cosa più importante?».

E Gesù cosa risponde? Partendo da un comando antico, dato al popolo ebraico, cioè Shemà Israel, ascolta Israele, ascolta tu che mi chiedi: «amare Dio, amare», ecco la parola, amare. Amare Dio con tutto il cuore, la mente, e amare il prossimo come te stesso. Questa... questo è il grande comandamento. Amare Dio, amare il prossimo. E li mette sullo stesso piano, eh. La sintesi della tua vita.

D'altronde, pensiamoci. Dio per amore ci ha creati, ci ha fatti venire al mondo. E guardate, ci ha creati in modo tale che tutta la nostra vita, tutta la nostra esistenza – corpo, cuore, mente, spirito, anima, ecco tutto, noi stessi in tutte le nostre parti – fossimo capaci di amare. Che Dio ci ha fatti in modo tale da poter amare con il cuore, con la mente, con la volontà, perché tu in tutte le cose che fai puoi davvero farle con amore.

D'altronde anche siamo nati, venuti al mondo per amore e abbiamo avuto bisogno di amore, di nutrimento, della cura per crescere. Abbiamo avuto bisogno, bisogno di relazioni familiari, da papà, da mamma, da tante, tante persone che attraverso queste relazioni ci insegnassero proprio ad amare. Ci facessero maturare nella nostra identità di persone fatte a immagine di un Dio che è amore.

Ma... c'è un ma. Ma quanto è difficile amare! S'è vero che siamo tutti così fatti per amore e fatti per amare in ogni nostra componente della nostra persona, perché il mondo è così pieno di odio, di violenze, di guerre, di ipocrisia? Perché? Perché è così difficile amare, in famiglia, nelle comunità, tra le nazioni? Perché è così difficile?

Il primo però a non scoraggiarsi in questo tempo anche, come in ogni tempo della storia, il primo a continuare a scommettere su ciascuno di noi, a scommettere che noi possiamo ancora amare e possiamo ancora cioè comportarci secondo quel disegno stupendo su cui siamo stati creati... il primo a scommettere e forse, tante volte l'unico a scommettere, sapete chi è? Quell'uomo, vero uomo, vero Dio, che ha amato sempre, in ogni momento. Anche nei più atroci, anche nel tradimento, anche nell'abbandono, ha continuato ad amare, a essere amore, vivente, incarnato. L'amore di Dio reso visibile in una vita umana. Lui per primo continua a credere, altrimenti non sarebbe andato in croce. Non avrebbe sprecato la sua esistenza, la sua vita, la sua croce, se non avesse lui, Dio vero Dio e vero uomo, creduto in noi.

E allora... ecco perché Gesù vuole continuare la sua avventura di amore. Vuol continuare a credere, ma ha bisogno di tutti noi, ha voluto aver bisogno di tutti noi per continuare a diffondere questa stupenda avventura, l'arte di amare. Ecco perché don Enrico ha risposto: «Eccomi, ci sono, conta su di me. Se hai bisogno di apostoli, di cristiani veri, di sacerdoti che con te continuano a diffondere la cultura dell'amore in questa incultura, oggi, della logica del più forte, della guerra».

E don Enrico ha compreso che l'arte di amare si impara nella vita, sui campi da gioco, nell'oratorio, nei ritiri spirituali, nei campi formativi. Dovunque è stato nel suo ministero, in obbedienza al Vescovo, sempre si è occupato dell'oratorio, della formazione dei ragazzi. Di un luogo, di un ambiente, o meglio, di una casa dove sperimentare l'essere famiglia, coltivare relazioni fraterne e gioiose, garantire la crescita umana e spirituale, comunitaria ed ecclesiale in cui sperimentare la presenza di un Dio che ama l'uomo e li vuole salvi per l'eternità.

L'oratorio è il luogo in cui realizzare la profezia di Osea, che abbiamo sentito nella prima lettura, quando invita tutti a ritornare al Signore, ad abbandonare ogni iniquità. L'iniquità del mondo, le iniquità della nostra vita, tante volte annidate nella superbia, nell'orgoglio, nell'ipocrisia. Luogo dove invece aprirsi all'amore di Dio che continua a scommettere su di noi. Luogo dove mettersi in cammino. È per l'oratorio, non un luogo dove ci si va lì, ma dove si arriva anche (e lo dico a voi animatori), dove si può arrivare appunto con logiche mondane, diceva Papa Francesco, cioè logiche non evangeliche, ancora guidati da istinti che possiamo dire che son quelli degli animali, della violenza, del dominio... ed educati all'arte di amare mettendosi di fronte al Signore, al modello, al vero Maestro.

È un luogo, l'oratorio, o meglio un campo, una terra in cui sperimentare il dono dello Spirito che come rugiada primaverile – che stiamo constatando guardando la natura – fa crescere e germogliare i nuovi germogli, li fa fiorire, li fa fruttare. L'oratorio è casa, dove (come abbiamo sentito da Osea) ritorneranno a sedersi alla mia ombra. È anche il luogo dove sedersi tra fratelli, per sperimentare l'essere famiglia, vivere momenti di grande convivialità. È il luogo dove sentirsi amati come in famiglia.

Lo so, il sacerdote abbandona i parenti, la famiglia, ma il prete lascia la famiglia... un prete lascia la famiglia, anche la sua famiglia, non abbandona i parenti non è che fa male... ma il prete lascia la famiglia, chiamato da Gesù, per formare una nuova famiglia non più legata dal legame del sangue, ma dal legame della fede. E la famiglia vera, che poi si costituisce, è la famiglia dove il pastore diventa davvero padre, fratello, amico di chi condivide una fede e cresce in una comunità ecclesiale, in una vera comunione fraterna.

Abbiamo tutta la vita per mettere in pratica quello che il Signore ci ha chiesto. Impara ad amare Dio, con tutto te stesso, impara ad amare il prossimo. Abbiamo l'oratorio, abbiamo le parrocchie, abbiamo il sacerdote, abbiamo i catechisti, abbiamo gli educatori. Abbiamo tempo tutta la vita per imparare ad amare, l'unica cosa per cui siamo venuti al mondo: imparare ad amare. Ma non tardiamo a cominciare. Perché non sappiamo quando il Signore verrà, magari in un momento in cui non ce lo aspettiamo...

Mons. Arcivescovo Marco Arnolfo